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CUORE DI SEPPIA

Journal of poetry - ART - SPIRIT - LIFE



venerdì 22 aprile 2011

nON è uN pAEse PEr veCcHI ..


Secondo una ricerca di Save the Children, la Svezia è tra i migliori paesi al mondo in cui avere bambini. Il governo svedese è infatti tra quelli che destinano il maggior contributo pubblico ai servizi per l’infanzia. È per questo motivo che in città è così frequente incontrare coppie giovani con prole numerosa al seguito. Me ne accorgo una domenica al museo. Sono in coda per un biglietto quando li vedo arrivare. In fila, una schiera di critici in erba si fa spazio tra le sale allestite e con fare esperto inizia ad osservare le tele. Il progetto prevede che i piccoli si avvicinino all’arte in modo divertente. Così, ad ognuno di loro viene consegnato un album da colorare e un questionario da riempire alla fine della visita. Saltellano da un’opera all’altra con una semplicità che non conosco. Li invidio un po’ mentre cerco di distinguere un Kandinskij da un Mirò. Invidio un po’ meno i loro genitori: non potranno più prendersela con i figli quando imbratteranno le pareti di casa.


Pubblicato su A, num.17, aprile 2011

domenica 10 aprile 2011

Il flirt è servito


Insoddisfatto della tua vita coniugale? Ha en affar, trovati un amante! Così recitano i manifesti pubblicitari che da qualche giorno tappezzano le vie di Stoccolma. La promozione riguarda un portale di incontri online dedicato a persone sposate che non vedono l’ora di cornificare il proprio partner. Niente imbarazzi, nessun corteggiamento, per tradire basta un click. Il gioco funziona così: si sceglie un nome di fantasia, una foto che nasconda sapientemente i tratti del viso, ed è fatta. In base alle proprie preferenze si viene messi in contatto con l’amante perfetto. Nonostante la trovata semplifichi la vita agli adulteri incalliti, c’è però un inconveniente: l’anonimato è garantito, la scappatella no. Il rischio è quello di ritrovarsi a cena con il proprio coniuge, non con un aitante sconosciuto. L’amore ai tempi del web riserva sorprese, a questo gli svedesi non hanno pensato. Forse un giorno capiranno la lezione: tra moglie e marito meglio non mettere il sito.


Pubblicato su A, num. 15, aprile 2011

mercoledì 6 aprile 2011

Un anno fa (melico)


Non ho sembianze che di seppia,
mollusco lattescente e crudo.
Albume elastico,
tra l’ovulo e il siluro.
Nervosa e liquida,
equatoriale e opalina.
Lacuna mistica.
Sacca di lividi.
Una valva acquatica,
il cuore di inchiostro.

Un anno fa nasceva questo blog. Un taccuino di intenti.
Il racconto di un viaggio. Della mia vita tracciata a matita.
Dal ventre di una donna nasce la poesia.
Dal cuore di una seppia il nero fertile di una stampante arrugginita.
Grazie per essere passati di qui.
Scrivo per incontrarvi. A metà strada.


Foto by Paolo Rudelli (Ink, 2002)

lunedì 28 marzo 2011

c e s i D I O


Insegnava nella mia classe
e dal primo banco gli sorridevo.
Tracciava linee svelte su un foglio immacolato,
strappi di seta tropicale,
un vortice azzurro
in forme d’acqua e carbone,
credevo fosse Dio.
Con le pupille stagne di un mostro marino.
L’ho rivisto qualche giorno fa.
Del tutto vecchio
e perciò solo.
La pelle di un serpente cavato dal paradiso.
Chissà che ne farà delle sue mani. Un giorno.
Quanto vorrei che le lasciasse a me.

domenica 20 marzo 2011

Finché binario non ci separi


I miei coetanei in Svezia sono tutti già fuori di casa. Laureati, sposati e con prole numerosa al seguito. Se provano a temporeggiare, è la mamma che fa loro le valigie e li spinge ad andare via. A 20 anni prendono casa da soli e si fanno una famiglia. Questo è il modello che incontri per strada, che vedi pubblicizzato in tv o sulla metro. E poi c’è John, che conosco per caso sul treno. Inglese di nascita, svedese di adozione, ha quasi 50 anni e non si è mai sposato. Da tempo vive una storia a distanza e solo ora si è convinto a fare il grande passo. E’ diretto a Sud, dove vive la sua donna. La chiederà in moglie con una dichiarazione a sorpresa. Ha le fedi in tasca e per bagaglio un abito da sposa, che mostra a tutti con orgoglio durante il viaggio. Se lei dirà di sì, c’è un taxi che li aspetta per portarli in chiesa. Ce ne avrà messo di tempo, ma alla fine ce l’ha fatta. Speriamo solo che il suo matrimonio non arrivi mai al capolinea.


Pubblicato su A, num.12, marzo 2011

martedì 15 marzo 2011

8.9


Pensavo fosse il tempo della risacca,
della pausa dopo una corsa affannata
quando non basta che il silenzio
per riprendere fiato.
Ma me ne vado inquieta ancora,
per questo cielo che è un deserto.
I passi incerti,
il cuore disorientato.
È una sfinge l'angoscia.
Un mostro di ruggine che scava in mezzo all'anima
un cratere di fango.



Foto by Vee Speers

sabato 5 marzo 2011

Il sacro fuoco dell'arte


La città del Colosseo ha il suo museo d’arte contemporanea. Nel quartiere Flaminio ha aperto i battenti il futuribile Maxxi. La struttura, ideata dall’architetto anglo-iracheno Zaha Hadid è un capolavoro di forme sinuose e accattivanti, che prosegue all’interno in uno snodo di ampi spazi allestiti. Superata una chiassosa scolaresca in gita nella capitale, faccio anch’io il mio biglietto e inizio la visita. Sebbene l’intento artistico di qualche installazione mi sfugga, adotto ogni stratagemma per non darlo a vedere: resto immobile davanti all’esemplare di turno, ne valuto con finta espressione critica le forme e annuisco compiaciuta prima di passare oltre. Poi d’improvviso vengo smascherata. Sono assorta in contemplazione quando una donna si avvicina. Mi bisbiglia qualcosa riguardo all’opera che ho di fronte: “Quello è solo un estintore” dice. Ed io che già pensavo a una creazione concettuale. Così arrossisco e mi dileguo, ma una volta fuori comincio a riderci su.


Pubblicato su A, num. 1/2, gennaio 2011

lunedì 28 febbraio 2011

Un angelo di custode!


Trovarsi sulla porta di casa e accorgersi di non avere le chiavi è un problema. Se poi siete in Svezia, con 17 gradi sotto lo zero, allora è una tragedia. È venerdì sera e dopo aver cenato fuori, io e le mie amiche decidiamo di rincasare. L’Istituto che ci ospita, nel bel mezzo del quartiere diplomatico, è vuoto. Il Direttore è a Parigi e il resto del personale già via per il week-end. Così ci ritroviamo sole, davanti ad un portone chiuso, con i piedi affondati nella neve tentando di escogitare qualcosa. E mentre Laura si dà da fare al telefono, io e Vanessa perlustriamo la zona in cerca di aiuto. Poi all’improvviso, ormai stremate dal freddo, la sagoma di un uomo. Si chiama Diego ed è il custode storico dell’edificio. Ha attraversato per noi la città e finalmente ci fa entrare. Impieghiamo un po’ per riprendere colore, e lui divertito inizia a riderci su: “Questa volta l’avete scampata” dice, ed ha ragione. Noi intanto, per la prossima sapremo già chi chiamare.

mercoledì 16 febbraio 2011

Stock HOME


Ho gli orari del treno.
Della navetta verso l’aeroporto.
Del volo.
Il mio passo all’indietro ha i connotati di un foglio Excel.
Io ci saltello dentro. Per vedere se fa male.
Se quello che c’è stato è ancora. Oppure no.
Se si ricorda di me.
La città vecchia.
La nostra casa con l’albero di noce.
Il tè alla liquirizia, il cardamomo, la cannella.
Non c’è ritorno che non sia un viaggio nuovo.
Così sarà per me.

martedì 8 febbraio 2011

E se fossi felice ?


07:50.
Inforco la bici.
A lavoro.
Sui tetti in oro della mia città gagliarda, galleggia a secco il primo sole del mattino. L’aria sottile e tersa s’avventa a morsi sulle guance. Un taglio infame, di netto sotto gli occhi.
Ai piedi svelti (per certo assiderati) le ballerine dell’estate scorsa. Col fiocco nero, di corda dura, sgrovigliato all’insù.
Sulla lingua ancora acerba, il sale delle fragole di bosco.
Quelle che trovi per caso. Inciampando, che so.
E denso dentro, il desiderio di arrivare al mare. Tutta in discesa.
Veloce. Veloce.
Virando appena, nel caso delle curve. Senza mai frenare.
Una ciambella assaporata in fretta.
Lo zucchero per scherzo sulle labbra.
Cavalletto. Lucchetto. Puntuale.
Per una volta almeno.
Prima di andare di nuovo. Al contrario.
A casa, dopo averla cercata.
Una pedalata dolce.
Una colata di resina.
E nelle cuffie un ritornello cortese.
Di quelli gialli che non fanno più.
Le vent nous portera.
A capofitto.
In un residuo gravido.
Di cobalto.
Blu.

venerdì 4 febbraio 2011

ALBERO MAESTRO


Quasi respirasse più di me. L’aria dentro. L’aria fuori.
Di colpo senza fiato e poi in sospeso. A tremolare nel vento.
A burlarsi di una spina. Un fusto secco a confronto.
Un tronco avaro, senza foglie.
E sarà lì. Domani ancora.
Fino a incastrarmi, lo so.
Perché diventi come lui.
Un nido di ginestre tra i capelli.
La schiena scorticata.
E per cominciamento, la via di casa.

lunedì 24 gennaio 2011

La memoria rende liberi

Il 27 gennaio 1945 il campo di Auschwitz viene liberato.
Per una settimana questo blog resterà in silenzio.
A parlare sarà la memoria dei sopravvissuti.
Ogni giorno un racconto, ogni giorno una voce,
per non dimenticare.


"Non vi è cosa più intatta di un cuore spezzato"
ha detto una volta un grande rabbino. E non vi è popolo più eletto di uno sempre colpito. Anche se non credessi che un tempo Dio ci abbia destinati a diventare popolo eletto, crederei che ci abbiano resi eletti le nostre sciagure."

ZVI KOLITZ
Yossl Rakover si rivolge a Dio

[...] di questo fantomatico numero molti avevano avuto modo di convincersi coi propri occhi: veniva scritto sul polso - girava voce - con dell'inchiostro verde e poi veniva impresso in modo indelebile, veniva tatuato con la punta di un ago particolare, così dicevano. Più o meno nello stesso tempo mi è giunto all'orecchio il racconto dei volontari che erano andati a prendere la minestra. Anche loro avevano visto i numeri, in cucina, e anche in quel caso si trattava di detenuti di vecchia data, ed erano numeri impressi nella pelle. Ma sulle labbra di tutti correva la risposta data da un detenuto, quando uno dei nostri gli aveva domandato che cosa fosse quel numero, e tutti ne analizzavano il significato e la ripetevano continuamente. " Die Himmlische Telefonnummer", ovvero "il numero di telefono del cielo".

IMRE KERTESZ
Essere senza destino

Come se non bastassero tutte le altre disgrazie ce n'è una nuova: la fame non mi lascia dormire. Mi sveglio nel cuore della notte e mi compaiono davanti i cibi più buoni: carne arrosto con contorno di patate, khale con il latte, cetrioli freschi, miele. Ne sento perfino il profumo. E ho una tale voglia di mangiare, da piangere. Mi sforzo di pensare a qualcos'altro ma non mi riesce: davanti agli occhi ho sempre manicaretti dal profumo terribilmne appetitoso. Anche se non ne ho affatto bisogno: in realtà voglio solo del pane, ma una pagnotta intera, da poterne staccare quanti pezzi voglio, senza dover pensare che devo lasciarne un po' per domani.
Sarà mai così?

MASHA ROLNIKAITE
Devo raccontare

La morte per gas durava da dieci a quindici minuti. Il momento più terribile era l'apertura della camera a gas, quella visione intollerabile: le persone, schiacciate come basalto, blocchi compatti di pietra. Come crollavano fuori dalle camere a gas!
L'ho visto parecchie volte. Ed era la cosa più penosa di tutte.
A questa non ci si abituava mai. Era impossibile.
Vomito, sangue. Dalle orecchie, dal naso... Anche sangue mestruale forse, no, non forse, certamente. C'era di tutto in quella lotta per la vita...

CLAUDE LANZMANN
Shoah

Non ci sono demoni, gli assassini di milioni di innocenti sono gente come noi, hanno il nostro viso, ci rassomigliano. Non hanno sangue diverso dal nostro, ma hanno infilato, consapevolmente o no, una strada rischiosa, la strada dell'ossequio e del consenso, che è senza ritorno.

PRIMO LEVI
La ricerca delle radici

lunedì 17 gennaio 2011

EROS/IONE



Ai salsi picchi di un estuario ardente
fra i coralli riarsi
infiori,
ranuncolo salino.
In questo ventre di medusa
una ferita rampicante dilati.
Il taglio di stella ustionante fra le mie insenature.


Foto by Becca Mann

lunedì 10 gennaio 2011

A / proposito


Da gennaio mi metto a dieta. Da gennaio vado in palestra.
Da gennaio comincio il corso di arabo avanzato e parto alla ricerca del sacro vaso da portare in salvo. Così ragionerebbe una mente assennata, efficiente e lungimirante all’inizio di un nuovo, lunghissimo anno. All’inizio di un faticoso cammino. Dell’ennesimo tracciato in salita (per fortuna). E così farei anch’io. Se non avessi a che fare con una testa calda, scapigliata (in ogni possibile senso che vi viene in mente) e scanzonata come quella che mi ritrovo. Niente di tutto ciò. Punto. Ecco la mia lista.
Ecco i miei buoni propositi per il 2011.
Ecco tutto quello che mi passa per la testa e per il cuore.
Tutto quello che davvero vorrei fare. Guai a chi metterà i bastoni fra le ruote (io proverò a non fregarmi da sola).

- Scrivere una lista dei buoni propositi
- Evitare la voce scrivere una lista dei buoni propositi nella lista dei buoni propositi
- Costruire un aquilone
- Andare a lavoro in bicicletta
- Tuffarmi in mare vestita, con la giacca, le scarpe e i calzini
- Ringraziare il bagnino
- Imparare a dire sì senza pensare, a non annuire sempre,
a fare il pane
- Dare una festa per il mio compleanno
- Un senso alla mia libreria (la sovrapposizione casuale dei volumi in pile pericolanti evidentemente non lo è)
- Fidarmi meno dell’istinto, più di Freud
- Lasciare a casa il cellulare
- Evitare lo spuntino notturno (plurimo e aggravato)
- Accettare l’idea che il mio gatto mi frequenti per interesse
- Seguire un corso di fotografia
- Disertare il lancio del bouquet alle nozze di Agnese
- Aspettare il tempo che manca
- Inventarmi una ninna nanna
- Dormire sotto le stelle
- Tornare a Stoccolma
- Aggiornare più spesso il mio blog

venerdì 31 dicembre 2010

[ Alla fine ] BUON PRINCIPIO


Così parto col buio.
Una serie infinita di tornanti innevati, curve a schiera, curve a gomito, curve di zucchero a velo, mi separa dalla città rovente.
Fa capolino una volpe, per caso.
Attraversa affannata alla vista dei fari.
Quattro zampe gelate. Quattro impronte di ghiaccio.
Ogni passo un cristallo stampato.
A quanto pare il silenzio.
Un filare di tronchi sbiancati che infilzano il cielo.
E sui rami le streghe.
A cantare. Stonate.
Il paese di pietra che dorme si raccoglie su a Santa Lucia.
Mille fiaccole incendiano l’aria.
E fiammelle di luce, e scintille a sonagli, e spari. Fuochi siderali.
Vedo le case.
Per un attimo appena.
La montagna.
Per una attimo ancora.
E le mani, le sento tremare.
Tagliate dal freddo.
Da questa eruzione.
Che è il mio pianto improvviso. Un’eccedenza del cuore.
Della vita (che bella che è). Della sera.
Un falò consuma i resti dell’anno che è stato.
Quello che viene principia a luccicare.
È già più che lanterna.
Audace.


In foto: Civitella Alfedèna (AQ), Fiaccolata di fine anno

sabato 25 dicembre 2010

È uno di quei giorni che... Natale!


Arriva sempre per caso la felicità.
In un biglietto di auguri che non ti aspettavi.
In un nuovo, dolcissimo, incontro.
Nella chiamata che ti raggiunge finalmente per un posto di lavoro.
Sono grata per tutto quello che ho adesso.
Per tutto quello che so non potrò mai avere.
Per le salite e le discese.
Dell’anima mia ballerina.
Grata per la scrittura.
Per le mie miserabili indecisioni, i miei pensieri corvini,
ogni euforia.
Grazie per aver condiviso con me tutto questo.
Se troverete sfide impervie nella vita, vi auguro la forza per poterle affrontare.

Buon Natale amici miei. Con tutto il mio cuore (di seppia).
Sara.

venerdì 17 dicembre 2010

RI-epilogo

Tempo di bilanci (e di rilanci).
2010 da sballo!! [appropriato il gergo Mocciano? Oddio, ho detto Mocciano. Questo non è appropriato].
Ho scrollato dalle spalle le macerie dell’anno precedente. Qualcuna l’ho portata con me. In Svezia. Ne ho fatto un muro su cui arrampicarmi quando volevo guardare in alto, più degli altri, fino a pensare di poter puntare al cielo, sfidata dal sole.
Di mezza estate. Di mezzanotte.
Ho incontrato Laura.
Ho capito quanto vorrei un’amica come lei anche qui.
Con qualcosa di luminoso nella testa, da inseguire, che mi stia sempre avanti, migliore di me, più forte di me, più divertente.
Ho avuto tempo per stare lontana da casa.
E non mi è mancato nulla. Ho scoperto che nessuna promessa vale un’amicizia nata per caso, e quanto questa sia più vera. So fare fotocopie fronte-retro, la torta di carote e sono imbattibile nel bruciare i biscotti.
Ho compiuto 26 anni. Visitato il museo di Pippi Calzelunghe. Distrutto un po’ di cose, ma sempre col sorriso. Sono tornata, lasciando parte di me indietro. Qualche amico se ne prenderà cura tra quelli rimasti. A loro penso continuamente. Ho lasciato che qualcuno si allontanasse. Che qualcuno mi cambiasse per sempre. Ho continuato a scrivere. Ricevuto sorprese a lunga scadenza. Presto porteranno frutto. E avrò tempo per abituarmi all’idea che (cacchio) sarò zia!
Nessuna di queste cose era sulla mia letterina l’anno scorso.
Babbo Natale non l’ha letta, ha fatto finta di dargli un’occhiata, poi sarà tornato alla sua birra ghiacciata.
E per fortuna che ci dà sotto con l’acol, mi viene da dire.
Ha fatto un casino, ma io me la sono spassata!

martedì 30 novembre 2010

C'è ancora qualcosa di democratico in questo paese.
Cosa?
Un palazzo di cemento impastato a sangue.
Cioè?
Un palazzo di cemento impastato a sangue.
Ok, ma non ti seguo.
Un condominio qualunque. Hai presente?
Certo che ho presente.
Un sali e scendi di scale con le buste della spesa, una chiacchiera sulla porta, il cane del vicino che ti piscia sul tappeto e tu che campi a oltranza.
Ho presente. Ma questo è democratico?
Lascia stare. Il pianerottolo semmai è diplomatico.
Cosa è democratico allora?
Il tetto.
Il tetto?
Il tetto. E pure il quinto piano.
Non capisco. Parla chiaro.
Allora ascolta: quando vorrai farti sentire sali in alto.
E cosa faccio?
Decidi.
Cosa?
Se alzare la voce o abbracciare il silenzio.
Parli dei ricercatori?
Parlo di te e di me. Di una generazione fantasma che osa ancora sperare, e di un uomo vinto dalla malattia che ha smesso da tempo. Qualcuno si arrampica, qualcun altro si lascia cadere.
Capisco.
Puoi far sentire quanto ci tieni e quanto non ci tieni più.
Quindi salgo sul palazzo.
Sali sul palazzo.
Sai che forse hai ragione?
Ho sempre ragione.
Ma così non sei molto democratico.
Non ho mai detto di esserlo.

venerdì 19 novembre 2010

[ prima che adesso ]


Da quale inverno celeste discendo?
Quali avanzi di stella saldarono il mio corpo?
Da chi eredito il nome e perché questo?
La mia voce, le ciglia, il polpaccio? Ogni sillaba del mio portamento?
Quali spazi negati ho abitato?
Da quali faune provengo?
Quante antiche conchiglie ho rubato agli abissi?
Quanti magneti e costellazioni?
Di quali uccelli conservo i verdi lineamenti?
Cosa ricordo del sasso?
Della mia stanza lunare chi pagava l’affitto?
Chi ha custodito i sogni che avrei fatto?
Tra il perpetuo e l’ambito il mio seme dov’era?
Quante stagioni ha conosciuto il mio alfabeto,
prima che avessi fiato?
Prima che adesso?

venerdì 12 novembre 2010

Come sedersi su Clinton ..


Suona strano, ma è andata così: ho fatto merenda su Bill Clinton. In questi giorni vengono premiate a Stoccolma le maggiori personalità della cultura e delle scienze, selezionate per il loro lavoro a favore dell’umanità. A Gamla Stån sorge un museo dedicato al Nobel, così decido di andare. Con la mia guida in inglese seguo tutto il percorso che va dal 1901 ad oggi. Sul soffitto scorrono le foto delle più grandi menti del secolo scorso, tranne quella di Jean Paul Sartre che rifiutò l’onorificenza nel 1964, mentre due schermi enormi illustrano ai visitatori l’impatto delle loro scoperte. Sosta immancabile è quella al Satir Kafè. I premi Nobel passati di qui, e il presidente americano che per primo ebbe l’idea, hanno lasciato la loro firma sul retro di ogni sedia del bar. L’idea è carina: perfetti sconosciuti a tavola con grandi uomini. Peccato per il conto. A quello dovete pensarci voi.


Pubblicato su A, num. 46, novembre 2010

domenica 31 ottobre 2010

Il supereroe viaggia in bus


Che il sistema dei trasporti in Svezia sia efficiente è fuori discussione. Che i suoi dipendenti si accertino con apprensione che tu abbia davvero fatto rientro a casa ha dell’incredibile. Faccio le ore piccole con i miei amici. Qualcuno si offre di riaccompagnarmi, ma è sabato e a Stoccolma i mezzi viaggeranno senza interruzione per tutta la notte. Così decido di prendere il primo autobus di passaggio sperando che mi lasci sotto casa. L’autista è gentile, mi spiega il tragitto che resterà da fare a piedi, mi saluta con fare rassicurante e prima di ripartire, lancia un’ultima occhiata paterna dalla mia parte. Pensavo fosse abbastanza, ma sbagliavo. Qualche giorno dopo, passeggiando in centro, mi sento chiamare. Ha tolto i baffi, ma lo riconosco. È felice quando realizza che non ho avuto problemi a rincasare e solo allora si congeda da me sollevato. Poi, da quella volta non l’ho più rivisto. Che si materializzi solo in caso di bisogno da buon supereroe patentato? Be’, io ci conto!



Pubblicato su A, num. 44, novembre 2010
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