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CUORE DI SEPPIA

Journal of poetry - ART - SPIRIT - LIFE



sabato 17 marzo 2012

Le faremo sapere

We would be happy to set up a SKYPE interview appointment with you. E ciò a dire: strizza, strizza, camicia bianca [la divisa ufficiale degli italiani a colloquio], strizza, sorriso rilassato di chi se la fa addosso, accento ammericano. Pronta. Webcam puntata, sfondo neutro verdesalvia-rosmarinosecco, capelli raccolti, sigla del TG1 [che a un certo punto pensavo partisse davvero]. In onda.
Il tempo di dire "ciao", "I hope to hear from you soon".
Che arriva.
Un boomerang di netto sulla nuca. L’influenza caraibica nonostante il vaccino. Puntuale come il ritardo del volo prenotato con due anni di anticipo. Come il lunedì [mattina]. Il rotolo “d’amore” che riciccia sui fianchi alla vigilia di Natale. Naturale. Come l’herpes al primo appuntamento. Il temporale estivo che ti sorprende all’uscita dal parrucchiere mentre arraffi inutilmente in borsa qualcosa che assomigli per caso alla forma di un ombrello [e intanto imprechi, ma con garbo, cercando di non dare nell’occhio, perché a 40 gradi all’ombra pensavi fosse l’ultima cosa di cui potessi aver bisogno].
Eccolo lì. Implacabile e ferrigno [che dir si voglia: bastardo]. Semplice, conato di congedo.

Le faremo sapere.

E io qua sto.

Abiti civili. Cioccolata a go-go. Smanettando sulla casella di posta una decina [chiedo alla corte che venga tutto arrotondato per difetto] di volte al dì. Chi ha detto che l’attesa è essa stessa piacere, aveva a casa un vaso da 5 kg di Nutella.
 
Photo by Ginny Weasley

 

venerdì 9 marzo 2012

Marni // H&M


Via del Babuino 96. Una stanza tutta per me e una terrazza. Affacciata su Roma, che stasera scintilla e fa chiasso in strada. Una doccia calda. Il pigiama verde che avrei dovuto stirare prima di lasciare casa. Un letto che era fatto per due, cinese take away, la mia coca ghiacciata.
Un romanzo alle prime battutte.
Io e le zitelle di Landolfi. Aspettando l'alba. 
I primi assonnati rintocchi santi sui tetti della capitale [in-festa].

sabato 18 febbraio 2012

Una merenda da brivido

Che la città sia ricoperta di neve e le temperature stazionino ben al di sotto dello zero agli svedesi non importa: ogni momento è buono per gustarsi un ghiacciolo. Tanto più se il servizio è velocissimo e la consegna avviene a pochi passi da casa. Si chiama Hemglassbilen, ed è la variante scandinava del classico furgoncino del gelato. Ad annunciare il suo arrivo è una motivetto ricorrente che ormai tutti conoscono. Un vero e proprio richiamo delle sirene che, nonostante il freddo, attira in strada gli appassionati del dessert. Sul sito della ditta la scelta è varia: biscotti alla crema, sorbetti alla frutta e vasche al caramello da 2kg. Acquisti il tuo cono bigusto online, segui in tempo reale la posizione Gps del furgone e controlli sulla mappa la fermata più vicina a te. Il servizio sarà pure efficiente e il prodotto di grande qualità, però che coraggio. Con il gelo che c’è non sarà meglio una cioccolata calda?


Pubblicato su A, num. 8, febbraio 2012

Photo by Tastespotting

mercoledì 1 febbraio 2012

* b i v I O

“[…] io mi son voltolato e rivoltolato nella vita come un ammalato smanioso nel suo letto; anche mi somiglio a quelle farfalle notturne sorprese dalla luce o dall’agonia che rimangono a sbattere disperatamente le ali sui nostri pavimenti. Donde dunque, se questo è il mio stato naturale, la particolare e totale mancanza di forze, il vigile spavento?”

Tommaso Landolfi, La biere du pecheur


E i minuti. E poi le ore. E le ore sprecate a ragionare del tempo, giorni che non torneranno indietro. Sarà che ho paura. 
(E l’angoscia raffiora).
Sarà che la neve si posa. 
Nessuno saprà mai  quello che ha tra le mani se non lo lascia andare. E noi forse dovremmo partire. Rischiare. Se non la primavera, qualcosa. Che si tenga le sue notti insonni questo inverno e sleghi i polsi d’argilla. 

Photo by Annie Leibovitz

giovedì 12 gennaio 2012

Mind the gap


E come è andata. Bene. Cacchio.
Sveglia alle prime luci dell’alba. Con gli occhi socchiusi, dalle ore arretrate di sonno che nessuno più mi renderà indietro. A tastoni nella stanza intercetto la valigia, la chiudo finalmente e la trascino in fondo alle scale, fuori dal cancello, sull’auto già in attesa che mi lascerà all’aeroporto. Se non fosse per il vento, e per la coda che rimbalza a spintoni nel cielo.. ma atterriamo. London express, Victoria station, Cromwell road. Una sosta in hotel e siamo in strada. A pochi passi dal Natural History Museum. Una cabina rossa, una giostra accesa, la città ancora illuminata a festa. Quello che resta di Londra è un muffin ai mirtilli, le uniformi dei bambini di un collegio del centro, che vanno a scuola col sorriso su un monopattino d’argento. Un club sandwich divorato in un pub di Oxford street, il profumo dell’India, del basmati. One “chicken tikka masala”. L’adrenalina del mattino, la stanchezza della sera. Sarà per me la città dei girasoli, quelli di Van Gogh alla National Gallery, del sabato a Notting Hill, del battello che fila via sul Tamigi. La città dei vecchi dischi, dei grandi magazzini, di Harrods e New Bond Street.  Dei musei, gratuiti! Delle ballerine color cipria acquistate da Topshop. Senza calze a dispetto del freddo. Indossate di fretta. Un pit stop. Quello che resta è una passeggiata nel parco, lo scoiattolo arguto di Hyde Park dritto in posa per una foto, l’abbonamento zona 1-2, l’abbraccio di Ro. Il sushi di lusso da Nobu, il conto salato, la boutique di Chanel. Resta un libro illustrato per bambini, la guida di timeout: Tate Modern/Cattedrale di Saint Paul. Ho preso il taxi fino a Westminster perché avevo deciso così. Da Trafalgar, come Kate. 
So che qui ci tornerò. London Eye chiuso per manutenzione. 
La scusa ce l’ho.


P.s. 5 giornate di sole / It rains more in Rome

mercoledì 4 gennaio 2012

Chi parte a capodanno..

È come andare a capo. Dopo il punto, una pausa e una linea verde tracciata sul foglio. La prima. Di un racconto escogitato. Eppure imprevedibile. Propositi ne ho, ma non vorrei. Che poi la luna li stravolge. Magari ne azzecca di migliori. Magari. Altro che sogni cavalco. Percorro a passi spediti un sentiero di roccia e resto vigile. Sentinella del giorno. La vita non si pensa, si fa. Così mi auguro di poter fare tanto e prendere fiato solo passata la salita. Di partire e stare in movimento. Un viaggio porta bene ed io inizio quest'anno a Londra. Porto con me un quaderno rosa e una matita appuntita. Un carboncino per ritrarre la Regina. Una valigia vuota che peserà al ritorno. Un ricordo in più, un pensiero in meno. Qualunque consiglio o avvertimento (!) è ben accetto.
Saltate su, che guido io.

giovedì 22 dicembre 2011

Have yourself a Merry Little Christmas

Ho il naso che mocciola e le mani viola dal freddo che fa. Quassù in soffitta impacchetto i regali. Ho del nastro a pois, raso e fiori di carta stellata. Coccarde e fili d’oro. Bottoni gialli. Le bambole di pezza mi fanno compagnia. E ci giocavo da piccola, ma poi sono cresciute anche loro. Due pezzi duri di cioccolata nera sulla lingua. A sciogliere la notte che nel cuore vorrebbe farsi strada. Quello che posso dire è sulla punta delle dita. Di perdervi vi auguro. Di sbagliare, e più volte. Di fare fatica. Di arrancare e chiedere scusa. Di inciampare e cadere sulla breccia. Di sbucciarvi le ginocchia. 
Di partire e restare a lungo lontani da casa. 
Solo così potrete averne una.
Natale sia, amici miei. L’azzurro già m’incendia.
Con tutto il mio cuore {di seppia}, Sara.


In foto: Double Carousel by Carsten Höller

martedì 13 dicembre 2011

Ogni libro è una rivoluzione. cit.

"La letteratura genera insoddisfazione e l’insoddisfazione è il motore del progresso. La letteratura è uno strumento fondamentale della libertà". Con le parole di Vargas LLossa, premio Nobel per la Letteratura nel 2010, apro la cerimonia di premiazione del concorso 6 libri per 6 followers.
Ringrazio tutti voi, uno per uno, per aver cercato del tempo, dedicato un momento, prezioso, della vostra giovane vita, al mio blog e quindi a me. Leggendo le pagine della vostra storia, ho conosciuto anche voi. Ho passeggiato sulle righe dei libri che vi hanno emozionato e tenuto compagnia. Se mettessi insieme i vostri passi, otterrei un romanzo picaresco con fanti, cavalieri e donne di una indicibile sensualità.
Ringrazio i seguaci affezionati e quelli approdati da poco sull’isola delle seppie. Ringrazio gli anonimi, di cui però so già qualcosa in più e, soprattutto, gli amici veri come Betta e Milena.
Ringrazio Ivano, perché si è arrampicato fin quassù. Lontano dai suoi boschi, orientato a perfezione tra montagne di parole.
Grazie, grazie, grazie.
Scegliere è stata più dura di quanto avessi potuto immaginare al principio. Eppure ci sono.
Ho scelto le citazioni che mi hanno tenuta incollata allo schermo, che mi hanno lasciato addosso una curiosità febbrile e contagiosa. Quelle di cui non sapevo e che hanno incantato anche me.
Premio per questo Onda, giac.ynta e Marta. 
La citazione che ho preferito è però quella di Henry Chinasky. Non è tra i miei followers ma tant’è, un libro per lui lo trovo. Eccome.
Per cui alla fine 7. [Li chiameremo fortunati].  
Ragazzi contattatemi e inviatemi entro lunedì il vostro indirizzo postale.
Auguro a tutti voi buona serata.
Grazie di cuore [di seppia], Sara!

venerdì 2 dicembre 2011

[ 6 Libri in cerca di lettore ]

[...] Margherita aveva sognato un sito sconosciuto, desolato, triste, sotto il cielo fosco della primavera precoce. Aveva sognato quel cielo grigiognolo, pezzato di nuvole trascorrenti e sotto uno stormo silenzioso di cornacchie. Un piccolo ponte rozzo, sotto di esso un torbido fiumicello primaverile. Alberi malinconici, stenti, semispogli. Una tremula solitaria e più lontano, fra gli alberi, al di là di un orto, una casupola di tronchi, forse una cucina isolata, oppure un capanno da bagno o sa il diavolo che cosa! Tutto intorno un non so che di morto e di così triste, che veniva voglia d'impiccarsi a quella tremula vicino al ponticello. Che sito infernale per una persona viva!

(IL MAESTRO E MARGHERITA, MICHAIL BULGAKOV)


Ciò che mi trattiene dallo scrivere un libro non è imputabile alla mia persona. Ma al Genio degli altri. E Bulgakov si può solo odiare a morte. Ci vuol coraggio a pensare di poter scrivere, pensare di poterlo fare per mestiere, col fiato del caro Michail sul collo.
E voi? Avete un libro del cuore?.
Fatemi venir voglia di comprare il vostro libro.
Io in cambio ve ne regalo uno. Come?

6 libri per 6 followers. Questo è quello che ho immaginato di fare per ringraziarvi e per augurarvi Buon Natale. Partecipare è semplice. Dovrete lasciare un commento sotto questo post, trascrivendo l’incipit, o un passo significativo, del libro che amate di più. Tra tutti i followers [anche quelli che vorranno aggiungersi] che avranno lasciato il proprio commento, sceglierò 6 vincitori. Potrete partecipare fino alle 14:00 del 13 dicembre, così avrò tempo per comunicare i miei preferiti e spedire i pacchi.
Questi i titoli che ho pensato:

Trilogia della città di K, Agota Krtistof
La città dei ladri, David Benioff
La casa degli Spiriti, Isabel Allende
La Mennulara, Simonetta Agnello Hornby
Una solitudine troppo rumorosa, Bohumil Hrabal
Il Maestro e Margherita, Michail Bulgakov.

Buona fortuna!

sabato 26 novembre 2011

Non tutti i mali... [?]


“Una boccata d’aria”. Così il quotidiano svedese Dagens Industri sigla in prima pagina l’uscita di scena del Cavaliere. Poche righe di commento e sullo sfondo uno sgargiante tricolore. Per una volta la stampa scandinava non le manda a dire. E, mentre il Ministro delle Finanze Anders Borg considera la “ritirata” benefica per l’economia del bel paese, il famoso vignettista Riber Hansson, ritrae l’immagine di un inedito Berlusconi-pesce boccheggiante in una vasca senz’acqua. Così a sorpresa, i giudizi più clementi sono quelli degli italiani. Di quei precari finiti in Svezia perché in Italia i sogni non prendevano forma. Dario. Un dottorato di ricerca e la valigia sotto il letto, ce l’ha fatta. Quando mi parla dei suoi successi sorride: “vuoi vedere che alla fine mi toccherà pure dire grazie?”.


Pubblicato su A, num. 48, dicembre 2011

domenica 20 novembre 2011

Qualcuno con cui correre ...


Siamo in troppi, sono in troppi. Troppi, Troppo simili. Che ci fanno tutti qui? Questo starsene in piedi, seduti, parlare. Non c’è neppure un tavolo da biliardo, delle freccette, niente. Semplicemente un gran cazzeggiare, perdere tempo, bere birra da boccali di vetro spesso… Ho messo a repentaglio la mia vita per questo? Urge che accada qualcosa. Qualcosa di grosso. La conquista di qualcosa, che ne so, di un edificio, una città, un paese. Dovremmo tutti armarci e conquistare dei piccoli stati. Oppure dovremmo organizzare dei tafferugli. Oppure no, delle orge. Ecco, ci dovrebbe essere un’orgia. Tutta questa gente. [...] Come possiamo starcene qui a parlare di nulla, invece di correre come un'unica fiumana di gente verso qualcosa, qualcosa di enorme, e ribaltarlo? Perché ci diamo la briga di venire qui in così gran numero, se poi non appicchiamo nemmeno un incendio e non facciamo a pezzi tutto quanto?

Dave Eggers, L’Opera struggente di un formidabile genio

E voi, cosa aspettate che accada?
Cosa aspettate nel farlo accadere?


Photo by Yee Whye Tuck

mercoledì 2 novembre 2011

oziosa* .. eppur di rado


Un bagno caldo senza schiuma e i capelli sciolti
e un respiro profondo.
Sott’acqua.
Approsimativamente dispersa.
La pioggia di novembre e le maree.
L’ultima bustina di the.
Liquido di oscillazione.
Mirtilli e fragole.
Diario Notturno {pag. 37}
Se non ci fosse Etta James.
I’d rether go blind.
Provate a capire.

venerdì 21 ottobre 2011

Una gita (al) verde


Quando scendo dal treno, la cosa che più mi sorprende è il silenzio. Il centro è a soli 10 minuti, eppure il traffico qui non risuona. Hammarby Sjostad per gli svedesi è un vanto. Convertire il distretto industriale nel quartiere ecologico più all’avanguardia del mondo non è da tutti. Gli autobus sono elettrici. L’acqua del lago Malaren e i pannelli solari sulle facciate delle abitazioni forniscono energia elettrica sufficiente. Mentre i rifiuti, riciclati o avviati a combustione, producono calore necessario per il riscaldamento domestico. Passeggio scalza sul pontile e penso a quanto mi piacerebbe vivere qui. Tutto è pulito, rinnovabile, sostenibile. L’unica cosa poco sostenibile è l’affitto medio di un appartamento. Qui essere al verde costa.



Pubblicato su A, num. 43, ottobre 2011

venerdì 7 ottobre 2011

Molto affamata, non abbastanza folle ...

Proseguiamo. Tutto è provvisorio. L’insegna del tempo è temporanea. Laddove vorrei essere soprattutto, sono invece assente. L’epoca ronza come un calabrone, in uno strano stato di non-sul-serio. L’incertezza se esistiamo o meno. Stabilmente. Realmente. Se abbiamo lasciato un solco. Il mondo batte i denti come in un attacco di malaria. Il sole tramonta, opalescente.



da Piotruś, di Leo Lipski

domenica 25 settembre 2011

N a d i a


Mi stringeva forte e le mostravo come andare in bici. Sulla mia. Quella rosa senza più rotelle, regalo di papà. Le tenevo la mano quando aveva paura dei mostri. Secondo i suoi calcoli dovevano aver infestato il corridoio di casa cibandosi del buio. Così lasciavo la luce accesa anche di notte, perché uno spicchio di quella arrivasse al suo letto. Per un po’ le bastò la luna. Poi, sempre più spesso, al mattino la ritrovavo accanto a me. Sonnecchiante e soddisfatta. Di quell’incursione riuscita, studiata. Il mio cuscino sapeva di mandorla. E di lei, non di me. Ai pupazzi che ricucivo tagliava la testa. Li aveva incisi tutti, tranne Barbie sirena. La risparmiò per sfilarle le braccia. Ero fiera di lei. Non chiedeva mai. Non ne aveva bisogno. Nessuno al mondo avrebbe potuto mai ottenere da me quello che lei sapeva avere con poco. Era selvatica e filata col miele. Libera. Ho sempre percorso alla cieca ogni strada. Voltandomi a ogni passo sperando che lei ci fosse ancora. Le cedevo il mio posto sull’altalena. Tiravo le corde fino a farle mancare il fiato. Così le piaceva. E restavo a guardarla per ore, stanca, pur di lasciarla giocare da sola. Toccava per prima il portone di casa e per prima abbracciava mia mamma. Ho sempre cercato di darle l’esempio, è sempre stata lei ad insegnarmi qualcosa. E penso all’estate fresca e alla terra, al 1990 e alla terrazza che non finiva mai, mentre la sento gridare. Dall’altra parte del vetro. In una sala travaglio. Chissà se vede il cielo da lì. Io lo cerco da una finestra aperta del reparto. La notte segna il tempo del mistero. La prima stella cadente il miracolo.
L’amore che avevo per Lei adesso è duplicato.

venerdì 16 settembre 2011

Cartolina dal Futuro


Secondo le ultime statistiche dell’Unione Europea, la Svezia è tra i paesi che destinano il maggior contributo pubblico alla ricerca e allo sviluppo. Circa il 4% del suo prodotto interno lordo, infatti, finisce nelle casse di musei, circoli artistici e scuole. La notizia non mi coglie di sorpresa. Ne prendo nota mentre sorseggio un cappuccino sulla terrazza panoramica del Kulturhuset. Un palazzone in vetro adibito a “Casa della Cultura”. “Investiamo nei piccoli per un futuro grande” è lo slogan che giganteggia sui muri dell’edificio. Cinque piani di spazi dedicati alla lettura, allo svago e all’arte. Dal teatro, con rappresentazioni di opere contemporanee, alle gallerie fotografiche, dalla sala degli scacchi, alla biblioteca di fumetti manga. Al pianoterra c’è una fornita emeroteca. Da qui passo in rassegna i quotidiani del mondo senza spendere un soldo. Leggo anche che in Italia l’Accademia della Crusca è a rischio chiusura. Scuoto la testa. Non vedo l’ora di voltare pagina.


Pubblicato su A, num. 38, settembre 2011

giovedì 15 settembre 2011

8372


[...]
Credono forse
davvero
che siamo vivi
noi che stiamo qui
e da questo luogo
parliamo così
come se davvero fossimo vivi
Davvero pensano che si chiami salute
davvero pensano che si chiami ragione
ciò che in noi è rimasto
della salute e della ragione di un tempo?

Non vedono, non sentono forse
non sanno forse che noi,
quelli rimasti, siamo più morti di tutti
i nostri morti, e che qui oggi, con la loro voce,
la voce dei nostri morti, dalle loro gole,
gridiamo e con il loro grido - noi parliamo?

Non ci permettete di
guardare al passato!
E noi non lo guardiamo, ma è lui a guardarci!

Voi dite:
guardate al futuro!

Ma noi, nessun
futuro in nessun luogo
riusciamo a vedere
né vediamo che lui
con un sol occhio
guardi noi
e neppure che ci veda
e che di noi si preoccupi
.

da Le lacrime delle madri di Srebrenica
di Abdulah Sidran


Vi è capitato mai di passare oltre? Di attraversare la strada alla vista di un vecchio scalzo col berretto pieno di spiccioli rosa? Di far finta di niente? Di tacere una verità importante per convenienza? Alzare il volume delle cuffie per seppellire le urla della coscienza?
Che male che fa a me, ogni volta.
Mi lacera e dilania e brucia come sale su una ferita liquida che arde.


In Bosnia si continua ad aspettare.

venerdì 19 agosto 2011

Piccole tate crescono


Come molti miei coetanei a digiuno dal posto fisso, alle prese con orari flessibili ed impieghi part-time, anch’io quest’anno riciclo le ferie: mi prendo una pausa per lavorare. Protezione spf 50, bikini ed occhiali da sole, la mia divisa non richiede altro. Sette e 11 anni l’età dei miei datori di lavoro per i quali ho preso un volo di sei ore dall’Italia. Non c’è sveglia o orario stabilito. La giornata è scandita da una serie di tuffi in piscina e gelati assaporati all’ombra di una palma.
A pochi passi, l’acquario più grande d’Arabia. Squali, razze e pesci scorpione sfilano ogni giorno minacciosi dall’altra parte del vetro. Mario resta incantato dai delfini. Mary prende accordi con l’istruttore per l’immersione nelle vasche. Io per un po’ faccio fatica a lasciarmi andare. Ad abbandonarmi all’idea che non c’è treno da prendere, nessuna pratica d’ufficio in sospeso. Poi slaccio l’orologio e raggiungo i piccoli in acqua. Prima avrei saputo tutto sul moto delle onde, ora so come cavalcarle.


Pubblicato su A, num. 34, agosto 2011

domenica 7 agosto 2011

n o n d i s o l o s u s h i


La parata del Gay Pride ha diviso in due la città. Sospeso per qualche ora anche il 69, l’autobus che avrebbe dovuto riportarmi indietro dopo una giornata passata a sgambettare per le vie del centro. E invece niente. Buste della spesa in spalla, dopo la metro, un bel tratto (in salita) a piedi e poi finalmente Gardesgatan. Un’occhiata amara al vuoto che l’albero di noce ha lasciato dopo essere stato abbattuto e poi a casa.
Non so quale ne sia la ragione, che abbiano qualità benefiche o vagamente allucinatorie, il punto è che ogni volta che entro in contatto col cardamomo e la cannella si ravviva in me un vorticoso stato di pace, l’aponìa, alla quale Epicuro accennava farneticando, una perpetua estasi di Santa Teresa.
Fatto sta che ho ceduto. E non solo alla kanel. Serata memorabile da Herman’s (vi dice niente?). Vista impagabile, ambiente intimo e frizzante allo stesso tempo, cibo (tutto rigorosamente vegetariano) da lode con menzione di lode e lode perché la menzione era da lode. Sto programmando il ritorno, mi sembra doveroso. In compenso Akki Sushi è/ha chiuso. Spaesamento totale, un’incredibile voglia di mandare a fanculo qualcuno, respiro zen, posizione della rondine in picchiata, ripiegamento delle forze voraciche da Roppongi.
Ci proverò a tradire il miglior rivenditore di riso scotto e pesce crudo di Stoccolma. Chissà se ne saranno all’altezza. Ora vado. Causa pioggia (forse) imminente scatta il piano B. Che non è un piano di fuga. Stavolta.

sabato 6 agosto 2011

H E J H E J


Treno.
Navetta.
Flight DY4358.
Arlanda express.
Di nuovo a casa.

venerdì 15 luglio 2011

Un paradiso (poco) naturale


Dubai è una città senza mezze misure. Per molti luogo delle meraviglie, per altri un'accozzaglia di vertiginosi grattacieli. La città con il più alto tasso di urbanizzazione al mondo è un cantiere aperto. Lungo la strada che faccio ogni giorno, ad esempio, costruiscono spiagge. Mare azzurro e battigia candida.. poi vedo i miei piedi imbrattati. La chiamano sabbia, eppure ha tutta l'aria di una lunga distesa di calce.


Pubblicato su A, num. 29, luglio 2011
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